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“Cronicizzare” il tumore: una sfida per la mente

Convivere con una malattia, anche importante come il tumore, è oggi una possibilità concreta per un numero sempre più alto di persone. Sapere di avere dentro di sé un intruso da dover tenere a bada con controlli e terapie, che spesso incidono sulla qualità di vita, non è facile né per la persona né per la famiglia. Ne abbiamo parlato con la Dottoressa Laura Gangeri, Psicopedagogista dell’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano.

 

 

Cronicizzare è un termine ormai utilizzato sempre più spesso quando si parla di un tumore. In questa fase, che può protrarsi per molti anni, può accadere che si alternino periodi di buona condizione fisica ad altri meno favorevoli. Non significa guarire, ma controllare e a volte fermare diversi tipi di tumore grazie allo sviluppo delle nuove terapie.

Convivere con un tumore può essere faticoso. Si entra, infatti, in una condizione di vita e di normalità completamente diversa da quella precedente alla malattia, quasi sempre è necessario cambiare le abitudini per adattarle alle nuove condizioni di salute. I trattamenti, gli esami di controllo e l’appuntamento per le visite entrano in maniera prepotente nella vita di tutti giorni della persona e della sua famiglia. E le terapie diventano quasi più presenti nella vita dei pazienti rispetto alla diagnosi stessa, infatti, sono spesso invalidanti, faticose e si protraggono per mesi. Da un lato le persone riescono a “ridurre” la paura di morire, ma dall’altro devono fare i conti con gli effetti collaterali delle cure, le limitazioni delle abitudini e dei progetti di vita, a volte anche semplici come una vacanza. Riuscire a convivere con la terapia, gli eventuali effetti collaterali e i disagi è possibile quando se ne conosce la durata. Fino a quando sarò in terapia? Fino a quando e quanto spesso dovrò sottopormi ai controlli? Sono le domande che indicano quale sia il percepito delle persone in cura. Un anno o sei mesi sono più facilmente tollerabili, ma quando i tempi sono molto lunghi subentra la paura di non riuscire a conciliarli con il lavoro, con i figli e ad avere una vita “normale”.

Aumenta il bisogno di comunicazione tra medico e paziente e, soprattutto, l’inclusione di temi che riguardano la qualità di vita della persona; è necessario conoscerne i bisogni, gli impegni di lavoro e familiari, che devono essere conciliati con le necessità terapeutiche. Quando il paziente percepisce la complicità e il supporto del clinico nel suo progetto di vita, anche l’aderenza alle terapie ne trae dei miglioramenti. Per le persone gli aspetti di qualità di vita hanno quasi un peso più importante di quello delle cure.

In queste situazioni, le associazioni di pazienti sono di grande aiuto sia per il paziente che per la famiglia. Entrare in contatto con delle persone che stanno vivendo la medesima esperienza può essere di grande supporto e produrre un effetto positivo sulla persona, che ha così la consapevolezza di non essere più sola.

 

“Cronicizzare” il tumore: una sfida per la mente

Psicopedagogista Istituto Nazionale dei Tumori di Milano

laura.gangeri@istitutotumori.mi.it