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CAR-T: una terapia innovativa, ma non per tutti

Intervista a Paolo Corradini

Il 29 novembre 2019 è stata una data storica. Quel giorno infatti all’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano è stata effettuata la prima terapia con le CAR-T con costo a carico del Servizio Sanitario Nazionale.

Si tratta di una terapia rivoluzionaria che utilizza i linfociti T del paziente stesso, cioè le più potenti cellule del sistema immunitario, che vengono armate come dei guerrieri e istruite a distruggere quelle malate, ma per arrivare a ottenere le CAR-T il lavoro è complesso: servono laboratori ad hoc, le cosiddette Cells Factory, e non è una terapia per tutti, come ci spiega Paolo Corradini, Direttore dell’Oncoematologia dell’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano e Presidente della Società Italiana di Ematologia.

 

 

Come avviene la produzione delle CAR-T?

Il DNA dei linfociti T prelevati dal sangue del paziente viene modificato in laboratorio, in modo da inserire un recettore, chiamato CAR che potenzia i linfociti contro le cellule oncogene. Vengono quindi fatte moltiplicare, sempre in laboratorio, e infine infuse nel paziente. La terapia è una tantum: una volta nel circolo sanguigno, i linfociti T sono in grado di riconoscere le cellule malate, eliminandole.

 

 

La produzione avviene in Cells Factory: cosa sono?

Sono laboratori avveniristici di bioingegneria genetica: qui i controlli sono estremamente rigidi perché devono essere perfettamente asettici per evitare contaminazioni. E gli stessi controlli vengono effettuati su ogni singola produzione di CAR-T. A conti fatti, ogni trattamento prevede circa due settimane per la produzione e due per i controlli.

Al giorno d’oggi ci sono due aziende farmaceutiche che producono le CAR-T attraverso le loro Cells Factory presenti in Europa e negli Stati Uniti. In parallelo, ci sono Cells Factory italiane autorizzate che hanno avviato una produzione di CAR-T chiamata accademica.

 

 

Allo stato attuale, chi è candidato alle CAR-T?

Nel caso delle due aziende farmaceutiche, tisagenlecleucel è stato approvato per pazienti pediatrici e giovani adulti fino ai 25 anni con leucemia linfoblastica acuta a cellule B e per adulti con linfomi a grandi cellule B. L’altra CAR-T invece, axicabtagene ciloleucel, ha ricevuto in più l’approvazione anche per pazienti adulti con linfomi primitivi del mediastino a grandi cellule B.

 

 

Tutti i pazienti con queste forme tumorali possono accedere alle CAR-T?

No, qui bisogna spegnere un po’ di illusioni. Sono candidabili solo i pazienti che hanno avuto almeno due recidive, cioè ritorni della malattia nonostante le cure tradizionali, trapianto compreso. Potenzialmente, al momento in Italia stiamo parlando di 500 pazienti all’anno tra bambini e adulti. Ma vanno poi considerate molte variabili. Alcuni purtroppo vengono esclusi al momento della “conta” dei linfociti T funzionanti, a causa di un sistema immunitario troppo compromesso dalla malattia. Altri ancora arrivano al momento dell’infusione ma non è più possibile il trattamento perché la malattia nel frattempo è troppo progredita. Altri ancora non rispondono alle CAR-T oppure sviluppano cellule resistenti. Dati alla mano, allo stato attuale vanno in remissione il 55% dei bambini candidabili e il 35-40% degli adulti.

 

 

Quali sono gli effetti collaterali?

Il più frequente e importante è la cosiddetta sindrome da rilascio citochinico, cioè uno stato di tossicità causato dall’iperattivazione del sistema immunitario. Si manifesta con malessere generale e febbre, sintomi che possono essere anche molto intensi e quindi pericolosi per il paziente. Va trattata in tempi rapidi e per questo ci vuole un team superspecializzato.

CAR-T: una terapia innovativa, ma non per tutti

Direttore del Dipartimento di Ematologia e Onco-ematologia pediatrica

paolo.corradini@istitutotumori.mi.it