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Tumore alla Prostata: sorveglianza attiva sì o no?

Intervista a Riccardo Valdagni

Che cos’è

La Sorveglianza Attiva nasce per limitare l’eccesso di trattamenti e i relativi importanti effetti collaterali: incontinenza urinaria e disfunzione erettile sono i due problemi principali che possono insorgere nei pazienti sottoposti a intervento di prostatectomia radicale disfunzione erettile e sanguinamento rettale o urinario in seguito a radioterapia. La diagnosi precoce, infatti, ha portato a un aumento del numero di pazienti con tumori cosiddetti indolenti, ovvero di quelle forme di grado basso e a crescita lenta, che prima della diffusione del PSA, spesso non venivano diagnosticate.

«La sorveglianza attiva è la risposta a una necessità di oggi, ma non è la strada del futuro – afferma il professor Valdagni. – Per questo molti gruppi internazionali, compreso l’INT, stanno lavorando su metodologie per la caratterizzazione biologica dei tumori, attraverso la biopsia liquida per esempio. L’obiettivo è di individuare alla diagnosi i pazienti che hanno tumori che nella vita non evolveranno.

Ci attendono risultati concreti nei prossimi cinque anni. E a quel punto, in determinati casi potrebbe essere pure tolto il nome di adenocarcinoma, sostituendolo con quello di “lesioni indolenti”. Quindi, nel comunicare al paziente e ai suoi familiari la diagnosi non ci sarà l’impatto psicologico che ancora oggi ha la parola tumore».

Criteri di selezione

Attualmente per entrare in un Programma di Sorveglianza Attiva la malattia deve avere determinate caratteristiche, come stabilito dalle linee guida, e i pazienti candidati sono seguiti in base a un protocollo ben preciso. «Sono criteri di sicurezza indispensabili – chiarisce il professor Valdagni – che ci permettono di interrompere tempestivamente il programma di sola osservazione in caso di modifiche delle caratteristiche iniziali della malattia e inviare il paziente ai trattamenti attivi». Tutti I pazienti sono sottoposti annualmente a due controlli con palpazione della ghiandola prostatica e a quattro analisi del PSA. Al termine del primo anno, dopo l’entrata nel programma di sorveglianza attiva, è necessario ripetere anche la biopsia.

Qualità di vita

I livelli di benessere fisico e mentale di chi partecipa a un Programma di Sorveglianza Attiva si mantengono stabili nel tempo, come riportato già in precedenza dallo studio condotto in INT da Lara Bellardita nel 2015 e altri studi condotti nel Nord Europa e in Nord America, che hanno dimostrato una risposta psicologica positiva. «Questo dato è confermato dallo studio appena pubblicato – sottolinea il professor Valdagni – in cui è stata registrata l’uscita dal programma per ansia solo nell’1,1 percento dei partecipanti».

Tumore alla Prostata: sorveglianza attiva sì o no?

Direttore S.C. Radioterapia Oncologica 1 e Direttore Programma Prostata Istituto Nazionale dei Tumori di Milano

riccardo.valdagni@istitutotumori.mi.it